Wakan Tanka: camminare nella via sacra con gli Indiani d’America

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Questo mese lascio che a gettare il seme per una piccola suggestione di inizio anno, sia la profonda conoscenza che proviene dalle tribù dei Pellerossa, quella saggezza spontanea che scaturisce come dono dall’intimo rapporto con la natura e con il grande spirito della Terra. Il Grande Mistero, il Grande Vuoto, Wakan Tanka come amano chiamarlo i Lakota, una concezione panteistica del divino che non vede soluzioni di continuità tra il microcosmo umano e il macrocosmo terrestre: ogni elemento della natura è parte della nostra sostanza (siamo fatti di terra, acqua, aria e fuoco), ragion per cui l’universo non solo è dentro di noi, ma si evolve attraverso di noi. Un concetto molto yogico e sciamanico allo stesso tempo, che gli Indiani d’America hanno sempre incarnato alla perfezione, senza definirsi né sciamani né tantomeno yogin.

Come sempre, è interessante notare quanti tratti in comune ci siano al fondo di ogni ricerca spirituale sganciata da qualsiasi dogmatismo, anzi, come si possa essere spirituali anche senza sentirsi per forza legati a un cammino di ricerca, perché quando il “contatto” avviene non c’è più nulla di particolare da fare, basta essere. Si è con Dio, l’Universo, il Grande Spirito, in qualsiasi modo si voglia chiamarlo, fino ad arrivare a una vibrazione impersonale sganciata persino dall’urgenza di dover dare un nome alle cose. Una vibrazione incessante di gioia. L’importante è prestare attenzione. L’attenzione è la prima porta del ricevere, spostare gli occhi al centro del cuore e da lì abbandonarsi al piacere dell’ignoto. Non si può essere aperti e distratti allo stesso tempo, abbandonati e prudenti. Non a caso il coraggio è una delle qualità maggiormente evocate dalla cultura animista pellerossa intrinsecamente legata all’anima selvaggia, istintiva, propria del regno animale che tanto popola l’immaginario simbolico degli Indiani d’America.

Il mondo invisibile – quel “camminare nella via sacra” caro alle tribù dei Nativi indiani – è un libro aperto solo per chi acuisce l’attenzione spostando la prospettiva dalla vista degli occhi alle visioni del cuore. Con un gesto simile a chi si lancia dal paracadute: non guardare l’abisso che attende in basso, ma l’immensità di cielo che si staglia all’orizzonte e in cui la vertigine diventa potere.

Applicando queste suggestive immagini alla vita quotidiana, uno spunto di riflessione potrebbe essere questo: permettiamoci di cogliere tutte le sfumature possibili di ogni situazione, senza escludere nulla e senza giudicare. Se si è aperti a tutto, si è tutto.

“Nel giorno più buio dell’inverno, il colore è ovunque. Si tratta di colori che non ci aspettiamo di vedere, perciò non vediamo. Fluttuano sulle nuvole che di primo mattino si distendono lassù, nel cielo meridionale, e indugiano nelle fenditure delle colline a mezzogiorno. A sera, l’orizzonte di ponente è violaceo come tutte le sfumature di viola, che i Cherokee chiamano gi ge s di. Gli ultimi raggi del sole colorano di viola, rosa e lilla le nuvole che corrono nel vento. L’Indiano ama il colore ed è in sintonia con la sua gioia. Se siamo presi da stati d’animo grigi, i nostri occhi hanno poche possibilità di vedere i colori. Una visione grigia si può cambiare. Anche adesso, una sago ni ge (ghiandaia azzurra) e una brillante gi gag e (cardinale rosso) possono entusiasmarci con le loro sfumature di azzurro e di rosso, se abbiamo il cuore di vederli”.

(da Anima Pellerossa – La voce del piccolo grande popolo)

Altri spunti:
DIVENTARE SCIAMANI DI SE STESSI
GIOIA, QUELLA SOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL’ESSERE

Cecilia Martino
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Comments (1)
  1. Mystica 15 maggio 2018

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