La voce a te dovuta: perché sono così potenti le parole d’amore?

Vita e Virginia Woolf amore e poesia

La più grande illusione di tutti i tempi è quella di poter vivere senza amore. Amare ed essere amati è vitale e, almenochè non siate dei mistici già folgorati sulla via di Damasco – concedetemi l’ironia! – , è altrettanto vitale la condivisione, l’espansione, l’espressione, la verbalizzazione. Attenzione a cosa nascondiamo dietro alla soglia del silenzio, attenzione a lasciare sempre un varco tra la solitudine che accoglie e quella che respinge perchè obbliga a una fuga.

 Ci sono  momenti in cui tutto l’amore che pensi di aver dato non conta, tutto quello che sei stata/o come amante precipita nello stesso istante in cui credi di averlo saputo, e il vuoto di ogni presentimento diventa saggezza innata, precognizione di dolore che è sempre rinascita, rinnovamento, svelamento di nuove occasioni per poter ammettere che l’amore è un essere vivente è come tale ha bisogno di nutrimento, corrispondenza, intenzione, potere di condivisione e che tutto questo è anche parola perchè parola è creazione, è dare un nome alle cose per renderle non solo possibili ma vere, emanazione profonda del suono così simile al respiro. E che troppo silenzio – spesso e volentieri mascherato da autosufficienza affettiva, ovvero un’altra delle molteplici facce del controllo mentale – corrisponde all’apnea, apnea di sentimento. Attraverso gli esìli prolungati di un cuore taciturno e schivo, diventa analfabeta persino il respiro.

Finiamola con le buone maniere e le buone materie, qui non c’è da prendere nessun diploma di “amante spirituale” perfetto, bisogna smettere di lasciarsi indottrinare e farsi ispirare ciascuno a suo modo, qui c’è da vivere al fondo di ogni emozione il coraggio più spietato di aver rinunciato, spesso, a orizzonti ben più ampi di quelli interpretati dalla solitudine. Ma una solitudine che cerca un’altra solitudine non può che creare altra solitudine… E allora, tanto vale sfondare con tutta la forza che rimane la soglia dell’inaudito per concedersi il lusso di essere se stessi, nutrendosi di buio, quello vero, quello che squarcia l’universo affinché le stelle inizino a danzare come si deve, e lasciarsi invadere dalla coreografia della propria storia personale. Bisogna imparare a disimparare.
Non c’è niente a cui aggrapparsi, nemmeno l’amore, se rimane un nome, un ricordo, una speranza, un monito divino, una fotografia o un libro sul comodino.
Se a stento puoi ricordarti la sua voce.

Inutile sporcarsi le mani, o peggio ancora il cuore, di filosofia. Il corpo ci fa da tramite e il corpo, se trema, sa. Non ha bisogno di tante spiegazioni.

Il mio corpo è insaziabile di frontiere:
tra me e te, il Fiume dell’Inevitabile

(da La geografia del mio corpo).

 Cecilia scritto sul corpo

Sentendo il calore delle sue mani pensai: è il fuoco che sfida il sole.
Qui mi riscalderò, mi nutrirò, troverò conforto.
Mi aggrapperò a questa pulsazione obliando ogni altro ritmo.
Il mondo andrà avanti e indietro in balia della marea del giorno ma non qui nelle sue mani,
con il suo futuro fra le sue palme.
L’energia non si perde, si trasforma; dove vanno le parole?
Le cose sono cambiate, che frase del cazzo, io ho cambiato le cose.
Le cose non cambiano, non sono come le stagioni che passano, giorno dopo giorno.
La gente cambia le cose. Si è vittime del cambiamento, non vittime delle cose.
Perché mi faccio complice di questo uso scorretto del linguaggio?
Soltanto mezzo centimetro di vetro mi separa da un mondo silenzioso dove non esisto.

(Da “Scritto sul corpo” di Jeanette Winterson)

L’amore non è un concetto eppure tutti proviamo a definirlo, quasi a doverlo sempre giustificare lustrandolo con aggettivi di accompagnamento  come “spirituale”, “omosessuale”, “karmico”, “sacro”… L’amore è amore, qualcosa che più lo definisci, meno si svela e meno lo si vive nella sua dirompente forza trasmutatrice. L’amore è una forza, potenza allo stato puro ma al tempo stesso di una semplicità disarmante (siamo noi a complicarlo), mistero che ti coglie come un lampo di genio magari quando meno te lo aspetti, sì. L’amore accade, l’amore non è né buono né cattivo, l’amore è ciò che si è in grado di fare per amore. È potenziamento dei limiti per permetterci di superarli, è la magia che – come in ogni favola che si rispetti – si nutre di formule magiche e colpi di scena non meno che di piccoli gesti quotidiani che ristorano. Perché la profondità non bisogna sempre andarsela a cercare negli scenari apocalittici, ma può dimorare benissimo tra le quattro mura di una casa, dove magari c’è un focolare acceso da gesti di compassione quotidiana. E di pazienti accorgimenti.

Perché sono così potenti le parole d’amore?
Perché le poesie degli amanti struggono e commuovono?
La “nostra” (parlo per me, che la adoro) poetessa Saffo avrebbe replicato “perché solo i canti di passione durano” – a cui fa eco il poeta contemporaneo Guido Catalano … “I versi amorosi sopravvivono alle storie, come le foto. Rileggerli è un viaggio nel tempo, anche quando una storia è finita: A conti fatti, male che vada, t’avrò scritto una mezza tonnellata di poesie di discreta meraviglia”.

Meraviglia! In tibetano, “emaho!”, il mantra che recide la radice di qualsiasi attaccamento e, dunque, di qualsiasi incomunicabilità. Stupore che spiazza perché va al di là dei luoghi comuni (linguaggio compreso) e che toglie le parole ma solo per romperlo, di nuovo, il silenzio. Perché l’amore ha una sua propria voce, o tonalità, o ritmo, o vocalità, o intonazione, diciamolo come più ci piace purché ci ricordiamo che è fiato che dà corpo a qualcosa che, altrimenti, non vive o vive solo a metà. Non rifugiamoci nei non detti, nei sottintesi, nelle evidenze, nei riserbi, nei timori: tutte altre facce della paura che non fanno rima con amore. Amore è anima, pneuma, respiro e si nutre di sempre nuove magie e vocabolari, non di traduzioni letterali dell’esistente. In principio era il Verbo, è necessario ricordarselo?

Amore è un canto, un respiro sonoro. E ora domandatevi se potete vivere senza respirare. Non trattenetevi! Se amate qualcuno o qualcosa, pronunciatelo nel profondo delle vostre reticenze, fatelo vostro, andatevelo a prendere con tutto il coraggio e l’intraprendenza di cui siete capaci. Anzi, di tutta l’intraprendenza di cui non siete capaci. Perché l’amore – quella caparbia sana e incoerente follia – è capace di farvi cambiare qualsiasi idea. E foss’anche solo per questo, andrebbe benedetto.

Per vivere non voglio
isole, palazzi, torri.
Che grandissima allegria:
vivere nei pronomi!

Getta via i vestiti,
i connotati, i ritratti;
non ti voglio così,
travestita da altra,
figlia sempre di qualcosa.
Ti voglio libera, pura,
irriducibile: tu.
Quando ti chiamerò, so bene,
fra tutte le genti
del mondo,
solo tu sarai tu.
E quando mi chiederai
chi è che ti chiama,
che ti vuole sua,
sotterrerò i nomi,
le pergamene, la storia.
Comincerò a distruggere quanto
m’hanno gettato addosso
da prima ancora ch’io nascessi.
E ritornato ormai
all’eterno anonimato
del nudo, della pietra, del mondo,
ti dirò:
“Io ti voglio, sono io”.

(Pedro Salinas da “La voce a te dovuta”)

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Cecilia due mondi

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