Il bianco che racconta

Nei libri il bianco della pagina che circonda le parole ne potenzia la forza comunicativa. Le pagine sono anche un progetto grafico e visivo fatto di pieni e vuoti, neri e bianchi, densità e aria. In questo quadro il bianco è per me pausa, riposo, margine e limite.

Sono sempre stata attratta dalla sperimentazione in questo campo. Amo gli autori che si occupano della narrazione e ne progettano anche la sua forma visiva, come a creare due storie: l’intreccio divenuto parole e sintassi e l’intreccio trasformato nella musica delle pagine lasciate bianche, o riempite in modo personale.  Il bianco delle pause racconta un altro punto di vista, detta il ritmo, diventa melodia.                                     La pagina bianca può spaventare chi scrive, può disorientare chi legge, ma può essere l’occasione visiva per una riflessione ancora più profonda, e per una bellezza ancora più lieve.

Mi sono innamorata subito di Molto forte, incredibilmente vicino di Jonathan Safran Foer, sfogliando il libro e percependo la potenza di quella storia che le pagine, illustrate, fotografate, colorate e lasciate bianche e vuote, anticipavano ai miei occhi.

La storia del libro è un percorso, un viaggio di formazione di Oskar, un bimbo orfano del padre morto in una delle Torri Gemelle di New York, e se le parole ce lo raccontano, i bianchi e gli spazi delle pagine, ci offrono le pause per sentire i rumori del nostro entrare nella storia stessa.                                                           Il bianco delle pagine di Foer è suono, luce, ma è anche polvere.

Diventa spazio per la nostra memoria visiva. Riflette il bianco della polvere nei cieli di New York dopo il crollo delle Torri Gemelle; ricompone sulle pagine quella miriade di fogli strappati che volavano per i cieli della grande mela. Diventa spazio per la melodia dei ricordi. Richiama le urla delle persone che si lanciavano nel vuoto dai grattacieli colpiti a morte, offre tempo per i rumori che addensavano le vie della città, è asfalto imbiancato per tutti i passi che in fuga cercavano riparo dal pericolo e dalla paura.

Il nero delle pagine di Foer è prospettiva, costruzione narrativa della rete che lega l’umanità attraverso i dolori atroci della storia, che noi stessi abbiamo costruito. New York diventa Dresda, le Torri Gemelle che cadono diventano tutte le città distrutte in Europa nella seconda guerra mondiale.                                             Il viaggio di Oskar, protagonista del libro, ripercorre le tracce e i segni di chi, prima di lui, ha vissuto tragedie simili alla sua e cercato un senso e un orientamento in un dolore ancora non comprensibile.

Un libro è le sue parole, ma ora lo so, un libro è anche lo spazio fra le parole, la bellezza delle pause bianche e dei margini come limiti da cui osservare e sentire cosa risuona in noi stessi. E’ Oskar che ci guida, è la sua storia che leggiamo.

Nel bianco delle pagine, lasciate vuote, è però la nostra risonanza interiore che sentiamo.

Pagina 137: “Ho preso le pagine e le ho sfogliate cercando quella in cui era nata, cercando il suo primo amore e l’ultima volta che aveva visto i suoi genitori, e stavo cercando anche Anna, e ho cercato, cercato (…) ma tutto quello che ho visto è stato:

Pagina 138: pagina lasciata bianca

Pagina 139: pagina lasciata bianca

Pagina 140: pagina lasciata bianca

Pagina 141: “Avrei voluto piangere ma non ho pianto, probabilmente avrei dovuto farlo, annegare lei e me dentro la stanza, porre fine alle nostre sofferenze, ci avrebbero trovati a galla a faccia in giù in duemila pagine bianche (…)”.*

* da Jonathan Safran Foer, Molto forte, incredibilmente vicino, Guanda

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