Essere senza intenzioni

Tempo fa ho posato il mio sguardo laico su un testo filosofico di Romano Guardini, Virtù. Qualcosa in quelle pagine mi parlava concretamente, al punto che anche oggi, tra le parole di quel pensatore, trovo la conferma di una mia riflessione critica verso alcuni atteggiamenti che, mi pare, inquinino le nostre esistenze, sottolineando questo senso di crisi evidente.

Come uomini siamo riconoscibili anche dagli obiettivi che ci prefiggiamo, dalle mete che raggiungiamo, dalla congruenza e dalla coerenza con cui prendiamo le decisioni necessarie al raggiungimento di questi scopi.

Con sospetto guardiamo chi pare non aver chiarezza sulle sue mete future, fin dalla domanda “Cosa vuoi fare da grande?”, che accende di speranze i genitori, i quali investiranno parte dei loro obiettivi sulle risposte degli amati pargoli.

Viviamo inseguendo le nostre mete. Ci consideriamo di successo quando raggiungiamo le nostre mete. Pensiamo di costruire un senso di felicità se diamo concretezza a queste nostre mete. Pensiamo, agiamo, scegliamo, ci relazioniamo partendo da scopi precisi. Amiamo con degli obiettivi. Lavoriamo per delle intenzioni.

E molte di queste sono buone, giuste, necessarie.

Anche a livello sociale chiaro si fa l’invito, soprattutto ai giovani e per lo sviluppo del nostro paese, di compiere scelte e di individuare obiettivi che possano tradursi, con maggiore facilità, in successi personali e professionali. L’invito è a scegliere in vista del mestiere, della carriera, della posizione, del bilancio familiare e delle possibilità offerte dal paese: quante volte abbiamo ascoltato discorsi sugli studi da preferire, sui lavori da inseguire, sugli sport che danno maggiori garanzie…e l’elenco potrebbe continuare, contenendo anche gli argomenti più superficiali. L’invito è a non disperdere le risorse e le energie personali.

E in molto di questo c’è del buono, del giusto, del necessario.

Eppure non smettono di risuonare in me alcuni passaggi del testo di Guardini: sembrano farsi rare le persone che compiono la propria opera in dedizione pura, semplicemente perché essa è valida, perché essa è bella. Sempre di più l’attività umana viene impostata in ordine a un’intenzione d’utile o di successo che non concerne l’opera in sé. E tuttavia la nostra assenza d’intenzioni è l’unico atteggiamento interiore in forza del quale riesce l’opera genuina, la pura azione, perché in essa soltanto si libera l’impulso creativo. Soltanto da essa emerge l’istanza grande e liberante, e soltanto chi lavora in questo modo può farsi interiormente ricco.

Dove è finito, nella vita di relazione privata e nella vita pubblica e collettiva, lo spazio per il fare autentico, per il fare valido in sé, bello in sé, liberante in sé? Che mi dite delle reazioni a chi risponde di aver fatto scelte solo sulla base di ciò che amava o gli piaceva? Non le sentite già le obiezioni?!

E se ci prendessimo il gusto di ripartire dall’agire senza scopi, dall’essere e dallo scegliere nella libertà, dal perseguire ciò per cui ci si sente chiamati senza altre intenzioni?

Non mi lascia la sensazione che qualcuno temerebbe queste persone, e che qualche paese temerebbe questi cittadini liberi, anche da se stessi. Per questo vale la pena provarci.

 

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