Libri come porte

Come insegnante apro porte.

Lo faccio di continuo, è il mio modo di stare in aula. Ci sono insegnanti di tanti tipi, io sono il tipo-porta.

Alla quantità di dati e alla dimostrazione egocentrica delle conoscenze, preferisco la costruzione di percorsi di saperi che amo raccontare, di paesaggi come boschi di stimoli, di luoghi come case piene di porte, che aprono a realtà nuove da esplorare.                                                                                                                           Finito un corso, all’esaltazione di una classe ammirata per un insegnante inarrivabile, preferisco la speranza di uno studente che, anche molto tempo dopo e da solo, prenda la decisione di aprire una delle porte che ho mostrato.

Ad aprire porte, ho imparato leggendo.

Non conta quanto si sa o quanto si ha studiato. Se ci si avvicina a un libro disponibili al viaggio, le porte si apriranno inevitabilmente. Alcune si spalancheranno e altre si socchiuderanno appena. Ogni volta accadrà qualcosa a noi e al libro, la cui forma iniziale muterà così come la nostra mappa dei saperi e delle emozioni. Ogni libro reagisce al suo lettore e il mondo si ritroverà un uomo trasformato che, dopo aver aperto le porte narrative, avrà la voglia di aprire le porte fisiche e emotive della realtà.

Nell’anno della maturità, lo ricordo bene, ho scoperto un libro grazie alla mia insegnante: lei mi ha portato lì, ma le porte che mi hanno fatto conoscere lo scrittore, Cesare Pavese, le ho aperte io, nel tempo e da sola.

Nei libri di Pavese le aperture si sono poi moltiplicate, molte conducevano alla terra, al mito, alle radici, ai legami tra l’uomo e i suoi luoghi e, come nel caso del racconto Il campo di granoturco*, anche a qualcosa che ricorda gli effetti dei libri:

Quel che mi dice il campo di granoturco nei brevi istanti che oso contemplarlo, è ciò che dice chi si è fatto aspettare e senza di lui non si poteva fare nulla (…) Nulla mi deve quel campo, perché io possa far altro che tacere e lasciarlo entrare in me stesso. E il campo, e gli alti steli, a poco a poco mi frusciano e mi si fermano in cuore.”

Provate a sostituire ‘campo di granoturco’ con la parola libro.                                                                         Questa è la mia porta.

facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedintumblrmailfacebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedintumblrmail

Leave a Reply

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *