BENESSERE IN UFFICIO – Stacchiamo la spina

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Anche se forse potrebbe sembrarlo, non si tratta di istigazione al sabotaggio aziendale! :)

Forse per educazione o probabilmente per indole o carattere, credo che il lavoro sia una cosa seria, che sia corretto, doveroso e giusto dedicargli tutto l’impegno che necessita, che l’azienda, la società, il negozio, l’ufficio, il panificio, la fabbrica, l’officina o quello che è, chi ci ha assunto e alla fine del mese ci paga lo stipendio abbia il diritto di aspettarsi da noi, appunto, impegno e serietà. C’è un contratto, un accordo, per uno scambio più o meno equo tra il nostro prezioso tempo, il nostro intelletto, l’estro, la creatività, la manualità, il talento e un’adeguata (si spera) retribuzione.

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Questo naturalmente in un mondo perfetto e nelle giornate perfette. Sappiamo bene che nella realtà non è sempre così, che noi stessi non siamo uguali tutti i giorni. A me per esempio capita di avere giornate svogliate, pigre, giornate in cui la concentrazione sembra essere rimasta a casa, forse sul cuscino, e giornate invece in cui sembro posseduta dallo spirito di dieci impiegati modello che lavorano e fanno e scrivono e parlano e producono e risolvono e… Ecco!! Tutto questo naturalmente intervalla le giornate medie con concentrazione media e voglia media.

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Un’azienda media come quella dove lavoro io è davvero un microcosmo. La “tipologia di lavoratore” che puoi trovare è tanto varia quante sono le stelle nel cielo: ci sono gli stacanovisti, attaccati al lavoro a volte più che alla propria famiglia, che vivono solo per il lavoro e che potrebbero impazzire se dovessero per qualche ragione rinunciarci; i pigri, che lavorano quel tanto che basta per far “galleggiare” la propria attività senza quindi né che si accumuli troppo né che si trovino costretti a impegnarsi eccessivamente; i muri di gomma, che riescono a farsi rimbalzare il lavoro addosso senza farsi coinvolgere mai, sfuggevoli agli incarichi come anguille insaponate; gli insicuri che controllano e ricontrollano e ricontrollano e pensano al lavoro anche nelle ore libere per paura che gli sfugga chissà cosa; i parassiti, maestri del “se lo fai tu al posto mio è senz’altro meglio”, la cui dote maggiore è quella di riuscire a scaricare le proprie attività a chinque altro, purché non le debbano, appunto, fare loro – spesso anche perché non ne sarebbero capaci – con una tale abilità e maestria che ci metti un po’ prima di capire cosa stia succedendo, e di solito quando te ne accorgi è troppo tardi e il lavoro lo hai già fatto, e alla fine spesso se ne prendono anche il merito; i minimal, ovvero quelli della “massima resa con minima impresa”; gli arrampicatori, carrieristi a tutti i costi, o quasi. E poi ci sono, e sono per fortuna in numero maggiore rispetto agli altri, i lavoratori normali, quelli che si impegnano parecchio ma non eccessivamente da dimenticare che c’è vita oltre l’ufficio, che cercano di non tralasciare né se stessi né il prossimo, riuscendo a mantenere buoni rapporti con chi gli sta attorno, compresi i colleghi, perché credono che il “fattore umano” sia quello che veramente conta, e che se necessario e utile, si ritagliano piccoli accettabili spazi per sé, e una volta lasciato l’edificio stanno già pensando ad altro.

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Ecco, io credo – e spero – di rientrare in quest’ultima categoria di lavoratore, ed è per questo che, anche se vanno benissimo impegno e serietà, dedizione e concentrazione, credo anche che sia fondamentale non dimenticare mai che il lavoro è il mezzo grazie al quale possiamo vivere la vita che vogliamo, quella che ci rappresenta, quella che scegliamo di vivere, con gli interessi, le relazioni sociali, la crescita personale, emotiva, spirituale e intellettuale, con il tempo libero, le passioni, l’attività sportiva, l’amore, gli amici.

E allora, una volta chiuso il PC o la porta del negozio, dell’officina o quello che è, stacchiamo la spina! Pensiamo ad altro, pensiamo a noi, ai nostri cari, al riposo, al divertimento e, come dice Caparezza in una sua recente bella canzone, a tutto ciò che ci fa stare bene!

 

Rita Cortellesi

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