BENESSERE IN UFFICIO – Il piazzale

Chi vive o lavora a Roma o in qualsiasi grande città, specialmente in zone molto frequentate, sa bene cosa possa significare cercare parcheggio nelle mattine di un qualunque giorno lavorativo…

Lo so, siamo fortunati, molto, perché l’azienda per la quale lavoro ci mette a disposizione, sotto l’ufficio, un piazzale destinato al parcheggio delle nostre automobili. Dirò di più: non solo abbiamo il piazzale, abbiamo anche dei posteggi sotto l’edificio, al piano -1, al coperto. Da lì c’è un ascensore – navetta che porta al piano zero dal quale si può prendere l’ascensore “ufficiale” fino al sesto piano, dove ha sede la società.

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Sono posteggi riservati alla nostra azienda, per gli impiegati e per i visitatori. Certo capita spesso che, benché delimitati con strisce blu, vengano occupati anche da “abusivi” ma si sa, noi italiani (e i romani ancor di più) siamo molto “distratti”…

Fino a qualche anno fa, per abitudine, parcheggiavo sempre in garage, passando quindi direttamente dall’ambiente chiuso dell’abitacolo dell’automobile all’ambiente chiuso del “ventre” del grosso edificio.

Poi, diversi anni fa, per “questioni aziendali”, ho iniziato a parcheggiare nel piazzale. E, pur potendolo fare, non ho più cambiato. Non sono più tornata in garage, nemmeno quando piove, nemmeno se fa tanto caldo o tando freddo.

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Questa decisione è stata presa nel momento in cui sono rimasta definitivamente conquistata dalla piccola, grande esperienza del microcosmo del parcheggio esterno e delle sue sorprendenti e affascinanti peculiarità.

Prima di tutto ho iniziato ad apprezzare, una volta superata la grande porta girevole, il piacere del passaggio repentino da dentro a fuori.

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In inverno, da un ambiente caldo e “viziato”, al fresco dell’aria aperta che ti pizzica le guance, scende fino ai polmoni rigenerandoli e da’ una sferzata energetica al cervello, e anche a tutto il resto.

In estate invece, dal freddo, certamente utile ma assolutamente innaturale e finto dell’aria condizionata, al gradevole tepore della sera che intiepidisce le membra, spesso intirizzite dalle temperature tenute eccessivamente basse.

Camminando verso la mia automobile alzo lo sguardo al cielo per godere della sua meraviglia che cambia ogni volta, sempre diversa, sempre straordinaria.

Una fila di platani delimita e accompagna i confini tra la stradina pedonale e i parcheggi. Anno dopo anno li abbiamo visti crescere. Da poco più che arbusti che con i loro rami sfioravano le automobili parcheggiate sotto la loro modesta ombra, trasformarsi in giovani alberi, ritti, fieri, sia della loro folta chioma estiva che nella loro dignitosa nudità invernale.

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E poi ho iniziato ad amare i segnali, a volte impercettibile, a volte evidenti, del passare delle stagioni.

Della primavera i mille profumi, delle sue miracolose gemme sugli alberi spogli, gemme che giorno dopo giorno maturano in foglie, sempre più grandi, sempre più verdi, fino a coprire i vanitosi rami di vezzosi ed eleganti abiti floreali.

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Dell’autunno la pioggia, che pulisce l’aria e copre il suolo di pozze, specchi iridescenti, e poi i folti tappeti di foglie gialle, sfinite dalla troppa vita estiva, o le bellissime ottobrate romane, con l’aria che timidamente annuncia l’imminente freddo ma in cieli limpidi e incredibilmente azzurri.

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Il vento spesso accompagna i miei passi, a volte li sospinge, altre si contrappone. Lo respiro profondo, e mentre mi scompiglia i capelli e agita gli abiti, mi avvolge nel suo abbraccio, mi coccola quando è tepore, è caldo anche quando fa freddo, è amorevole e nutre sempre.

Quando la sera esco più tardi del solito, specialmente in inverno che fa buio presto, mi piace, lungo il viale alberato, l’atmosfera creata dalla luce gialla dei lampioncini che giocano a nascondino tra i rami e le foglie degli alberi, inventando suggestivi e magici giochi di luci e ombre.

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E nel silenzio che mi circonda che l’aria fredda rende ancora più intenso, mi piace ascoltare il suono dei miei passi che fanno scricchiolare ritmicamente i sassolini dell’asfalto e che mi accompagnano fino alla mia automobile, nella quale salgo non prima di aver dato un’ultima annusata all’aria e un ultimo veloce sguardo alle semplici e ordinarie meraviglie che mi circondano.

Rita Cortellesi

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