Tu dici flessibile

 

Tu dici flessibile di chi si adatta o sa cambiare, di chi si trasforma e si reinventa, di chi muta rapidamente e si mette in gioco. Tu dici flessibile anche di chi non resta immobile, di chi non si ferma e continua a cercare, di chi in una competizione risponde, pronto a dare il meglio.

In tutto questo c’è molto di buono.

Io però dico resiliente di chi resiste agli urti ed è reattivo, di chi non si spezza né si scalfisce, di chi sopporta senza essere passivo, di chi si difende e non perde di sostanza.

Tu allora alzi la posta e dici flessibile di chi non è stabile e non ha continuità ed è senza prospettive, di chi è incerto e dubbioso. Tu dici ancora flessibile di chi è indefinibile, di chi smarrisce l’identità sociale e personale, non ha risposte ma continua a cercarle, di chi non ha forma propria.

In tutto questo c’è di che preoccuparsi.

Io a questo punto insisto e dico resiliente di chi sa rispondere ai cambiamenti, sopporta le prove, trasforma gli urti in occasioni per mostrare la propria natura, di chi si mostra reattivo, dialoga con l’ambiente forte delle sue caratteristiche di cui sa, sa dire e sa descriverne la forma.

Flessibile dicevi, ci si chiede di essere flessibili, ma è resilienti che dobbiamo imparare a diventare.

Allora come diventare flessibili se non si è umanamente resilienti? Come vivere da flessibili, proprio perché resilienti, senza temere di spezzarci?

E come non preoccuparci di tutto ciò se anche Emily Dickinson, nel 1863, riconosceva così bene, i rischi di troppa incertezza quando scriveva:

L’incertezza è più ostile della morte.

La morte, anche se vasta,

E’ soltanto la morte e non può crescere.

All’incertezza invece non v’è limite,

Perisce per risorgere

E morire di nuovo,

E’ l’unione del Nulla

Con l’Immortalità.

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