Estetica dei luoghi e dell’anima

Abito vicino alla pianura Padana, la guardo dalla mia casa, leggermente in alto sull’orizzonte, e i miei occhi provano, ormai da troppo tempo, un malessere insopportabile. I paesaggi li osservo con attenzione, predisposizione naturale lo confesso, ma le parole e le pagine di molti libri hanno dato al mio sguardo una nota critica che non voglio tacere, perché raccontare questi paesaggi significa anche raccontare qualcosa del nostro tempo a cui non posso non dare voce.

Della scenografia urbana in cui abitiamo, immaginiamoci allora spettatori, che tornano a guardare dopo essere stati, o aver accettato che altri fossero, attori convulsi, accecati dall’azione e dal fare, senza aver osservato i risultati di questo agire. La pianura in cui abito è stata per molto tempo uno degli esempi più alti di bel paesaggio italiano, al pari della Toscana. In nome anche di quella bellezza, e senza rinunciare al profitto, quel paesaggio è stato quotidianamente lavorato e modificato, perché portasse tutti i segni delle civiltà che l’hanno abitato. Di quel bel paesaggio oggi vedo pallidi segni, in difficoltà a farsi notare nel mare di urbanizzazione che, da almeno 50 anni, continuiamo inesorabilmente a produrre senza sosta.

Il simbolo di questa grigia occupazione del paesaggio resta per me il capannone: un parallelepipedo prefabbricato di vetro e cemento, anonimo e brutto perché tutto funzione senza forma né significato.

I paesaggi, trasformati in questo modo arrogante e aggressivo, mi pare riflettano molti aspetti del pensiero dominante: i capannoni sono lo strumento di un potere e di una visione del vivere i luoghi e nei luoghi, che cerca di cancellare i segni del tempo che tutto trasforma, la fragilità che connota la condizione umana e, in assoluto, la morte. Se il paesaggio parla il linguaggio della temporalità e della finitudine, il capannone parla quello dell’immobilità senza identità. Se il paesaggio fa risuonare in noi un senso di nostalgia che muove le azioni, il capannone è solo illusione di un futuro senza radici.

Tornare a guardare, dicevo, ma anche dare ai nostri occhi delle lenti con cui osservare meglio e più a fondo. Così ho fatto anch’io con il libro di Roberto Peregalli, I luoghi e la polvere.

I luoghi hanno per noi un significato in quanto sono attaccati a una stratificazione di sensazioni, di immagini che li fa vivere e che non è necessariamente la nostra. L’anima dei luoghi (…) è determinata dalla loro fragilità temporale. Il tempo li modifica e dona loro un’aura incantata. La nostalgia in quanto sentimento fondante se ne appropria.*

Là dove il paesaggio mostra i segni che il tempo e la nostra storia hanno lasciato per orientarci, il capannone è qui per nascondere, per offrire progresso e togliere dalla vista quello che pensiamo sia degrado. Là dove il paesaggio svela e invita a ridestarsi, il capannone rende manifesta un’idea diffusa che vede nella natura lasciata libera, in un campo lasciato a se stesso, in un fazzoletto di campagna che grida la propria autonomia, occasioni perse e sprecate, aree da conquistare e trasformare in speculazione edilizia.

Perché di certo quel campo lasciato libero o riempito di rovine, è un fatto rivoluzionario, perché è uno spreco. Di spazio, di tempo, di sintassi urbana. Sono sacche di arresto nella corsa forsennata del tempo, non sono utili a nulla ma, come il silenzio in una partitura musicale, necessarie al ritmo delle cose. Permettono una visione del mondo più ampia, in cui tutto non sia già deciso, e il destino giochi la sua parte.*

Imparare a guardare prima di tornare ad agire, dice Peregalli, ma anche riconoscere che questo panorama geometrico, che ha imbrigliato la mutevolezza del paesaggio, racconta di paure che abbiamo ricoperto; di orrore del vuoto che abbiamo taciuto con una diffusa bulimia da benessere; di successo da evidenziare, sottolineare, certificare, ostentare e amplificare. Racconta di crepe, interiori e sociali, che abbiamo nascosto con viali ordinati, alberi di tiglio, cespugli di viburno, lampioni e ordine, pulizia, geometria e cemento.

Ho la sensazione che ora le crepe si vedano tutte.

Non resta che guardarle mentre le edere, le erbacce e gli arbusti spontanei tornano a invadere gli edifici, i magazzini rimasti vuoti, i depositi in affitto, i discount scadenti. Forse allora anche sui capannoni torneremo a posare uno sguardo estetico che sa di nostalgia e dice della necessità di abitare luoghi nuovi che sappiano di rinascita.

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