Cosa vuol dire essere degli Iniziati

“Vedi siamo appena al principio, con mille e un sogno dietro di noi e senza azione
(Rainer Maria Rilke)

Essere principianti, tornare all’origine.
Il nucleo essenziale, invisibile, delle cose. La nudità della vita, perché le cose sono divinamente nude.
Come può esprimersi tutto questo a parole?
Per lo più utilizziamo parabole, metafore, immagini evocative, quando non sappiamo bene come pronunciare l’impronunciabile.
Il linguaggio allusivo, analogico, poetico è più affine ai reami dell’anima, dell’essere.
Poesia è silenzio che comunica, invisibile evidente. Ossimoro.
Pertanto, la poesia non è un mero esercizio stilistico ma un invito a penetrare il mistero in forma di dialogo aperto, e non in nome di una dialettica asfissiante.
Non c’è approccio che richiama all’origine di chi siamo che non passi per l’apertura.
Lo Yoga ce lo insegna, prima di ogni altra cosa, o postura. Aprirsi nell’ascolto. Aprirsi. 
Poesia è apertura al dialogo silenzioso interiore, armonia che si disvela in un ritmo non violento. Non violento perché naturale e non artificiale o artificioso.
Il Poeta cerca parole per esprimere l’inesprimibile e trova il silenzio. Da quel silenzio, poi, trova le parole.
Il linguaggio poetico, che è materiale vivente, non impone significati precostituiti, per questo le parole poetiche sono parole pacifiche, accoglienti, rivelatrici e risanatrici.
Le parole di un verso sono più simili a un canto, celebrano più che designare.
Non vogliono dire niente, ma dare.
Lasciano che si riveli il senso originario da cui qualsiasi suono, respiro o melodia ha origine.
Interessarsi all’etimologia delle parole richiama un’attitudine simile a quella di chi fa un “lavoro” di  auto-conoscenza, per esempio mediante la meditazione profonda etc.  Richiama al ritorno alle origini del vero Sè con la domanda vivificante: “chi sono io?”
E’ sempre questione di porsi giuste domande, non di dare risposte.
Bisogna passare dalle domande che pretendono risposte intellettuali, del tipo:
“Che cosa vuol dire questa parole o, per estensione, questa poesia?
alle domande che lasciano spazio all’intuizione affinché qualcosa si riveli nella scoperta.
Domande che non cercano in verità risposte, ma dialogano con la sorpresa stessa del domandare.
Quindi non “Che cosa vuol dire?” ma “Cosa evoca, a quale nota si accorda? Cosa richiama una tal parola nel suo significato originario?”
Oppure
Mi lascio salvare da questa poesia perché la accolgo in un dialogo che non pretende di risolvere il mistero taciuto che ci sta dietro, oppure mi accontento solo di capirla con la logica rimanendo nella logica discorsiva, interpretativa, denotativa, letterale?

L’alternativa al letteralismo è il mistero

Essere degli iniziati vuol dire riappropriarsi di questa facoltà meravigliosa che è l’intuizione e scoprire che al di là dei condizionamenti anche linguistici di cui siamo appesantiti c’è un campo di leggerezza semantica che parla con la voce nuda di un mondo vergine, essenziale, per questo molto nutriente e gravido di potenzialità. Vergine e gravido, sembra una contraddizione in termini ma, vedete, nel campo della creatività impersonale gli opposti non esistono nè le tautologie. O meglio, esistono ma non sono un “problema”, appunto. Tutto diventa rivelazione e scoperta, vera comprensione e non solo infatuazione intellettualistica ornata da preziosismi di maniera.
Essere degli Iniziati vuol dire tornare ad essere chi siamo: poeti di nascita.
Poesia non cerca di darci significati o altre informazioni da aggiungere alla nostra conoscenza abituale, anzi, casomai tende all’inverso: a farci dimenticare tutto ciò che pensiamo di sapere, a scrollarci dai significati abitudinari delle parole, a tornare alla vibrazione originaria di sillabe e suoni, schiuderci alla rivelazione, svuotarci del già noto, portarci a una visione trasparente, a una conversione.
Ecco sì, la poesia e il linguaggio riassorbito nella sua originalità rivelatrice senza condizionamenti può essere un veicolo eccezionale di rivelazione.
Heidegger lo definiva “l’espressione più vicina all’essere”.
Essere degli Iniziati vuol dire tornare all’inizio, al principio, all’origine, tornare ad essere dei principianti.
Tutto fuorché essere indottrinati da complesse teorie sull’Iniziazione.
Tornare ad essere ed essere senza tornare.

Perché il poeta compone versi? La visione taoista del WU WEI

La vita non è mai stata data in proprietà individuale, ma per uso comune, non è mai nostra ma diventa nostra solo nella misura in cui la condividiamo. Ma cosa resta, alla fine, della nostra vita? Non le cose a cui eravamo più attaccati. Quel che resta è solo ciò che abbiamo amato! E l’amore si nutre di ricordi, immagini, immaginazione. Nel ricordo rendiamo nuovamente possibile il passato, che è diverso dalla memoria. Dobbiamo riuscire a fare progetti con il passato, senza l’ombra del passato non c’è accesso al presente. Ciò che resta è la lingua della poesia. Una lingua che non dice nulla ma chiama. Il vocativo è quella parte della lingua che non dice nulla ma chiama, anzi interrompe il quotidiano, crea una rottura, è una parte della lingua che non cade nel discorso… Chiama ciò che si perde, ciò che si è perduto, e ciò che si perde è di dio“.

(Giorgio Agamben) – Tratto da “Cosa rimane della vita? Ciò che resta è la lingua della poesia

Il Mestiere del Dare
€ 8,00

IllogicaMente
€ 7,00

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedintumblrmailFacebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedintumblrmail

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.