Cedo alla tentazione di scrivere – o almeno di provarci – ispirata da uno dei film più belli che io abbia visto negli ultimi anni. Cedo, nonostante sia stata investita da una sorta di mutismo a riguardo, nei giorni seguenti la visione al cinema. Quando qualsiasi parola sembra riduttiva, non c’è limite all’assertività del silenzio … Febbraio, il mese del giorno degli innamorati – anche se lo sappiamo bene che non c’è un tempo specifico per l’amore! Ma a volte bisogna cedere, appunto, anche alle ricorrenze che sono pretesti per parlare d’altro. CAROL. Mi vengono i brividi solo a scrivere queste cinque lettere.

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Some people change your life forever / Alcuni incontri cambiano la vita

Sarà che mentre scrivo ho nelle orecchie il sottofondo delle struggenti musiche di Cartel Burwell, che fanno da colonna sonora al film – CAROL, appunto – di Todd Haynes, interpretato magistralmente da una Cate Blanchett in stato di grazia e da una Rooney Mara non meno ispirata e ispirante. La sola interpretazione di queste due attrici, Carol e Therese della narrazione, varrebbe la visione. Il fatto è che c’è dell’altro, tanto altro (e le 6 candidature all’Oscar lo confermano): fotografia dell’immagine, coreografia dei movimenti, poesia del linguaggio, e dettagli su dettagli su dettagli che si stratificano nella percezione di una Bellezza senza limiti né confini, travolgente quanto basta per farti decidere di rivedere il film più volte, almeno fino a che resta nelle sale cinematografiche. Una cosa del genere mi è successa solo 11 anni fa con un altro film, FRIDA di Julie Taymor (sempre solo cinque lettere, sarà un caso? – Il caso non esiste), dove un’altra interpretazione fenomenale – quella di Salma Hayek – restituiva alla vita di Frida Kahlo tutta la potenza dell’anima che le spettava. Ma questa è un’altra storia e sull’eccezionalità del daimon di Frida ho scritto un approfondimento qui: Frida Kahlo, una lettura esoterica del suo destino

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C’è davvero qualcosa di soprannaturale nella statuaria portanza di Cate / Carol, sostenuta senza cedere mai un secondo per tutto lo svolgimento della storia, portento di grazia senza superbia e raffinatezza senza artificio, fatto di sguardi più che di parole, di pause più che di riempimenti, una sorta di necessità superiore che travalica qualsiasi pretesa di dominio autoreferenziale, come ogni storia d’amore dovrebbe essere. Carol e Therese fluiscono nella Bellezza più sublime che possa esperirsi, perché tutt’altro che banalmente – con molto coraggio, piuttosto – si arrendono (Surrender) all’evidenza di una Forza, non si tratta nemmeno di un sentimento, a malapena se ne possono cogliere sfumature romantiche nel senso di debole sentimentalismo con annessi e connessi (possessività, controllo, gelosia, ecc.). Una Forza – e dunque non debole, non fragile, semmai vulnerabile al colmo di quanto si possa racchiudere in questo termine: sensibilità allo stato puro – una Forza, dicevamo, alla quale non possono sottrarsi e che, dunque, scorre fluida come linfa nelle vene, antidoto garantito a qualsiasi vacillamento della ragione, al di là del bene e del male e, nemmeno a dirlo, dei luoghi comuni. Forza amorale e amorevole perché segue il ritmo non dell’ordine razionale delle cose ma della loro poetica Bellezza – quella “melodia delle cose” di rilkiana memoria. E se è vero, come è vero, d’accordo con Dostoevskij, che la Bellezza salverà il mondo, di sicuro è questa Bellezza di un ordine superiore, melodioso e armonico delle cose che salva il finale del film dalle solite tragedie cui le pellicole di genere ci hanno, più che abituate, direi sfinite. E mi fa sorridere che il film venga catalogato come “drammatico”. Dipende dai punti di vista, certo. Personalmente, l’unico dramma che intravedo è che il film finisce troppo presto, o meglio, i suoi 118 minuti sono talmente coinvolgenti che a malapena si avverte la successione temporale della trama. Tutto è lì, eterno presente che si svela nella commozione, nella devozione, nell’ostinazione, nell’adesione e infine nella consacrazione a un nuovo patto di natura. Eccola, di nuovo, la Forza. La danza di Carol e Therese è una coreografia esoterica di corpi ritmata dal turbamento dell’anima, esoterica in questo senso: talmente intima che lo spessore dell’invisibilità straripa in ognuna delle molteplici occhiate che le due donne si lanciano ripetutamente, quale linguaggio preferenziale dell’intesa, di quanto non si può dire ma è già stato detto, scritto, compiuto.

“Ciò che deve accadere accadrà, perché è già accaduto” (Eri con me, Franco Battiato)

CarolCateOcchi specchio dell’anima. Mai come per questo film vale tale considerazione.  Ma è sulla Forza che vorrei soffermarmi ancora qualche riga – perché sul film in se stesso si può solo andarlo a vedere (cosa che consiglio vivamente) e farne esperienza in prima persona, come qualsiasi pratica spirituale che si rispetti: le teorie servono a poco se rimangono tali, vale la pratica. Guardare CAROL in uno stato di apertura e ricettività senza pregiudizi, preconcetti, aspettative o altro, è fare esperienza di una Forza che assimilerei persino al Tapas di chi pratica yoga: l’aspirazione, il fuoco interiore, la fiamma della devozione, ascesi e calore psichico alimentato dall’energia creativa a matrice sessuale. Ma che altro è l’amore se non questo?

L’universo non ha un centro,
ma per abbracciarsi si fa così:
ci si avvicina lentamente
eppure senza motivo apparente,
poi allargando le braccia,
si mostra il disarmo delle ali
e infine si svanisce,
insieme,
nello spazio di carità
tra te
e l’altro
(Chandra Livia Candiani)

Tutto l’Universo obbedisce all’amore – sempre citando il testo di una canzone di Franco Battiato. L’amore è la Forza universale, l’amore è la Forza che sta alla base di qualsiasi creazione, l’amore è la Forza che non ha altro fine se non il suo compimento e per questo, quando s’incarna in anime che si lasciano andare alla sua “chiamata”, diventa irreversibile, inarrestabile, infallibile. E vince. Amor vincit omnia. Anime, appunto. Non generi sessuali. Avevo già accennato a quest’argomento in un altro articolo. Ne riporto un estratto:

Cos’è una relazione? Semplicemente, un mondo irripetibile a due. Cos’è una relazione? E’ connessione, è appartenenza. E che cos’è l’appartenenza? E’ unione, armonia unificata con la Sorgente primigenia, che è Padre e Madre simultaneamente, maschio e femmina. Dunque, dal due all’uno, anzi: all’uno grazie al mondo irripetibile a due. Le polarità sono energie di segno opposto. Di segno opposto, non di sesso opposto. L’anima muove verso la ricerca di questa unità primigenia nell’incontro di qualsiasi relazione utile a ricordarcelo, a prescindere dalle differenze di genere”. (Per leggere tutto l’articolo: Androginia, amore e anime gemelle)

Surrender, il meraviglioso salto nel vuoto dello yoga integrale. E quando si è in amore (non innamorati, ma in amore) si è integrali. E quando l’amore chiama, bisogna arrendersi. Fare, agire, andare, a volte senza nemmeno sapere il perché. Rispondere alla chiamata. Follemente amare, darsi a questo amore morendo a qualsiasi paura, non c’è altra ragione che questa.

Abby: “Dimmi che sai cosa stai facendo”
Carol: “Non l’ho mai saputo”.

CaroLibro

Letture consigliate
Carol, di Patricia Highsmith (da cui è tratto il film)
La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore, di Chandra Livia Candiani
Appunti sulla melodia delle cose, di Rainer Maria Rilke
Un patto tra voci femminili. «Artemisia» di Anna Banti, di Maria Rosaria Ambrogio

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