Bambino del villaggio di Timbirè, Ecuador. Foto  ©Cecilia Martino

Bambino del villaggio di Timbirè, Ecuador. Foto ©Cecilia Martino

Dimmi, cosa vedi quando ti guardi allo specchio? Hai mai provato a fissarti negli occhi? Le vedi quelle immagini che appaiono e svaniscono, le metamorfosi del volto che pare quasi smembrarsi in fattezze di altri esseri viventi, altri nomi, altre storie, altri mondi, altre vite … qualcosa che poi sfuma in un amalgama indefinito di cui puoi riconoscere la palese androginia, un urlo dal profondo che svincola qualsiasi riflesso della personalità dall’ultimo residuo che gli rimane per non sentirsi del tutto… VUOTA. E allora, riesci a vederla la pienezza di quel momento? Anzi, riesci a sentirla vibrare nel corpo fin dentro ogni cellula, come se un nuovo punto di aggregazione si fosse impossessato di ogni tua memoria fisica? Un punto che è l’universo intero. Un punto e il tutto, simultaneamente.

Quante volte rispecchiarsi nelle cose esterne senza un punto di vista “diverso” ci fa prendere sul serio ciò che serio non è… o almeno, non come pensiamo che sia. Il terreno su cui si gioca la differenza tra la vita condizionata e la vita illimitata è proprio un campo da gioco. Il futuro è un corpo che ride, diceva Sri Aurobindo… molto simile a quello di un bambino che nella sua gioiosa spontaneità è semplice. Sempre Sri Aurobindo amava ripetere spesso “Sii semplice”.

Un terreno, quello dell’outsider, nel quale le regole di gioco sono completamente invertite rispetto all’ordinario modo di stare al mondo. Pensare prima di agire? No, non più. Agire prima di pensare, ad esempio. Ecco una nuova regola. Quando si è talmente ricettivi da sentire che c’è una intelligenza spontanea del corpo molto più brillante di qualsiasi prudenza mentale, calcolo e ragionamento. Quando la forza di un potere superiore (che è “superiore” non perché sta più in alto relegato nel Cielo, ma perché sta nel profondo di ogni cosa) agisce direttamente e senza sforzo attraverso di te. Allora, quale meraviglia! Lasciarsi accadere come un guizzo di onda sull’oceano. Niente da raggiungere, da ottenere, da fare, da dire, da afferrare, da contestare, da programmare. Un corpo che sa. Un’anima che non ha bisogno di evasioni mistiche per svelarsi ma che gode di tutto quello che c’è stando in tutto ciò che è.

E allora, scegliamo con coraggio in cosa specchiarci, fintantoché ci saranno ancora specchi a ricordarci chi siamo. Noi vediamo sempre il mondo attraverso qualcosa (giudizi, aspettative, emozioni, percezioni sensoriali), ma c’è una verità delle cose in sé così come sono che è disarmante e solida come un monolite in un deserto di luce. Il filosofo Martin Heidegger l’avrebbe chiamata “la cosità delle cose”. Gli strati con cui lasciamo che la realtà si approssimi a noi sono filtrati dalla mente a tutti i livelli, intellettuale, emotivo e sensoriale in primis. Una vita senza filtri è una spiazzante corsa a ruota libera verso il Grande Possibile, quel luogo in cui accade ciò che sfugge ad ogni ragione possibile ma, non per questo, irragionevole: c’è una intelligenza spontanea nel dispiegarsi della magia – chiamiamolo anche mistero, o spirito, o anima, o dio se ci risuona di più –  che però non può essere compresa con i soliti strumenti a cui si è abituati. E soprattutto, non chiede affatto di essere compresa, ma vissuta. Non c’è modo più sicuro per uscire dalla magia che cercare di capirla. Viceversa, la tenacia di rimanere fedeli all’ignoto è l’unica aspirazione utile alla nostra integrità. Consacrarsi al mistero, eccolo l’unico sacrificio ammissibile.

La vera rivoluzione spirituale non è diventare sempre più buoni ma essere sempre più creativi, meno intellettuali e più maghi. Meno adulti e più bambini. Meno innamorati e più amanti. Innamorarsi senza attaccamenti è fare l’amore con tutto ciò che è, è un amore in fieri, sempre accesso, sempre vivo, sempre presente. L’amore dell’amante, appunto. O del bambino che gioca, e quando gioca diventa in pieno quel gioco, senza troppi convenevoli. Avete mai osservato i bambini quando giocano? Sono tutti visceralmente dentro a quello che fanno, concentrati fino all’inverosimile, sembrano quasi posseduti! Gli stessi bambini, fino a una certa età, se messi davanti a uno specchio rimangono esterrefatti e il più delle volte ti fanno capire che si stanno domandando chi sia quella persona lì davanti: non si immedesimano in quello che vedono riflesso. Quanta meraviglia nel non guardarsi con gli occhi della mente! Quanta meraviglia nel guardarsi e non vedere più assolutamente niente! Riesci a vederla la pienezza di quel momento?

Bambini, create il nuovo!
(Richard Wagner)

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