“È la nostra immaginazione che si sforza di rivestire le cose, ma le cose sono divinamente nude”

(Marguerite Yourcenar)

Una leggenda Sufi racconta che Dio creò lo spirito sotto forma di un pavone e mostrò la propria immagine nello specchio dell’Essenza divina. Il pavone fu preso da un timore reverenziale e lasciò cadere delle gocce di sudore dalle quali furono creati tutti gli altri esseri. L’aprirsi della coda del pavone é il simbolo dello spiegamento cosmico dello Spirito. Nel Bardo-Thodol il pavone è il trono del Buddha Amitabha al quale corrispondono il colore rosso e l’elemento fuoco; è il simbolo della bellezza e del potere di trasmutazione perché la bellezza delle sue piume si suppone prodotta dalla metamorfosi spontanea dei veleni che egli assorbe distruggendo i serpenti. Simbolo di immortalità in India, simbolo cosmico per l’Islam, quando fa la ruota esso raffigura sia l’universo, sia la luna piena, sia il sole allo zenith. Nelle tradizioni esoteriche, simbolo di totalità in quanto nel ventaglio della sua coda riunisce tutti i colori, ma anche di impermanenza: tutto è sogno, tutto appare e svanisce come la coda del pavone che si apre e si richiude… Certe mattine in Sri Lanka, iniziano così … Continua a leggere sul Blog.

Oppure, un pavone è un pavone, nient’altro da aggiungere.

Prendo spunto da un mio vecchio post per condividere questa considerazione.

Il significato dietro alle cose può voler dire sfuggire alle cose stesse, così come sono e come si espongono alla nostra contemplazione.
Quanto è difficile accogliere con uno sguardo non interpretativo la vita che scorre, le creazioni dell’universo, godere di un panorama senza interferire con qualche astrazione mentale, rimanere nella percezione diretta senza mente, piuttosto sentire il panorama e lasciare che esso venga a noi.
Nella Mindfulness si chiama sguardo del principiante, o del bambino, o anche consapevolezza senza scelta.
Nessuna comprensione del significato simbolico del pavone ci farà conoscere davvero il pavone.
Nessuna nozione – per quanto affascinante e ispirante possa essere – potrà mai dirci la verità sul pavone. Le verità intellettuali sono sempre approssimative e vivono nel regno dell’astrazione mentale. Quando la conoscenza passa per il corpo, per le sensazioni tangibili di un essere consapevole aperto alla contemplazione, la conoscenza diventa comprensione. Accade il miracolo, sempre vivo e presente, dell’intuizione.

Per chi ha un’indole molto intellettuale, può risultare difficile arrendersi all’esperienza del “meno-cose-sai-meglio-è”, cedendo all’unica tentazione a cui vale la pena offrirsi: la semplicità delle cose che si rivelano. E affinché si rivelino, bisogna sgombrare la mente da tutto ciò che si pensa di sapere sulle cose. “Cose” sta per tutto: teorie, esperienze, situazioni, persone, se stessi.
Almeno che non vogliamo che sia una pura astrazione mentale, la realtà così com’è è davvero molto semplice. Questione di vista, come sempre. O meglio, di visione, di vedute, di prospettiva e di cosa si reputa reale o meno.

Non potrei dirlo meglio che prendendo in prestito queste parole di Marguerite Yourcenar:

È la nostra immaginazione che si sforza di rivestire le cose, ma le cose sono divinamente nude 

 

Che meraviglia!
La nudità delle cose o – come direbbe Heidegger – la cosità delle cose, in sanscrito Tathata, ovvero l’autentica natura della realtà, la vera natura delle cose.

Imparare a vedere. Insight.

La pratica yoga della consapevolezza può accompagnarci in questo ritorno alla vera natura delle cose, ancorandoci a rifugi ben più saldi di quelli che solitamente la nostra mente erige spacciandocele per trampolini e invece sono gabbie.
Attenzione anche alle insidie dell’immaginazione.
Si fa un gran parlare di immaginazione creativa ma c’è un tipo di immaginazione che porta alla chiusura, all’isolamento, alla fuga dalla realtà, a vivere una vita tutta nei film mentali. In una parola: disadattamento. Avviene quando l’energia creatrice rimane relegata nella sfera mentale, appunto, e si sforza di ottenere qualcosa … “Si sforza di rivestire le cose”.
Spesso e volentieri è l’ego che interferisce spacciandosi per folle genio creativo!
Diversamente, l’immaginazione che celebra l’esistenza aumentando vitalità e facendoci tornare alla spontanea poeticità della nostra vera natura, non è qualcosa che si può ottenere. Accade a certe condizioni. E senza sforzo.  E’ un dono, non un guadagno.
Nel buddismo i rifugi a cui tornare quando i film mentali prendono il sopravvento, sono il corpo, il respiro, lo spazio vuoto di consapevolezza globale.

Prendete rifugio nella vostra nudità, trasparente come l’acqua di una sorgente pura.

Un pavone è un miracolo davanti ai nostri occhi non perché magari sappiamo che nel Bardo-Thodol questo uccello è il trono del Buddha Amitabha, ma perché ci permettiamo di abbandonarci alla sua bellezza e magari ci emozioniamo.
Conoscenza non è sapere più cose ma diventare più sensibili.
Sensibilità è il linguaggio del cuore. E più la sensibilità è sgombra da filtri mentali, più s’insinua silente in ogni cellula del corpo ridestandoci allo stupore puro di un’emozione incondizionata, persino ingenua nella sua vertigine senza appigli.
È l’emozione del ritorno a casa.
Cosa veramente ci trasmette la commozione di fronte al miracolo della vita? Non è forse ciò da cui ogni cosa ha origine, la nostra stessa Origine?
Origine, Casa, Cuore. Rifugio.
Torniamo ad essere davvero “originali”,  né creatori né creature. Piuttosto, amanti.
La sola possibilità: darsi al mistero senza pretesta di risolverlo.

 

la sola possibilità

Guardo il cielo e divento cielo
tocco la luce nel pensiero
e divento luce
chiudo gli occhi nel silenzio
e sono il silenzio
spingo questa solitudine
oltre la morte
e sono la vita
respiro e divento il respiro
tutto si appropria del mio nulla
diventando Amore
dimoro nella quiete
di preziosi istanti di beatitudine
e divento quiete
libera di lasciare che
qualunque cosa sia
e io sia in qualunque cosa

(da “Il mestiere del dare”)

rifugio me

Quando piovono e s’insinuano sulla terra
germogli di appariscente felicità
odori facili nelle sensazioni premature
ebbrezza fuorviante nell’aria irreale
quando uno scomodo sussulto m’assale
volubilmente inarrestabile
Io sono il mio rifugio
e basta un solo moto del cuore che pensa
lucidamente attratto dal
niente è come sembra
per fermare l’immobilità sacra
del lasciare fluire il mondo
da fuori
a dentro.

(da “Il mestiere del dare”)

www.ceciliamartino.it

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